domenica 22 settembre 2019

Imparare a celebrare la vita




Imparare a celebrare la vita è una delle forme d’arte più sofisticate e nobili che possano esistere.

In Rastafari ci applichiamo a questa pratica in modo molto serio ma semplice e naturale al momento stesso, proprio come è la vita: seria, intrecciata ma semplice e naturale allo stesso modo.
Imparare a celebrare la vita significa fare esperienza di quanto ricca, meravigliosa e preziosa essa sia al punto tale di non avere nemmeno più parole per esprimerne la grandezza e capire che la maniera migliore per celebrarla è semplicemente vivere.
Quando facciamo ciò impariamo ad appropriarci della dimensione più bella, piacevole e ricca delle nostre esistenze, che forse avevamo intuito tra i giochi e le spensieratezze di quando eravamo bambini ma che poi lo stress e la complessità del “diventare grandi” ci ha fatto dimenticare.

Quella dimensione è in realtà la vita stessa.

L’esistenza dell’essere umano è un fluire sacro che profuma di entusiasmo, una continua avvincente scoperta che è mossa da un motore centrale che è la nostra espressione. Esprimere noi stessi è infatti il fulcro di questa vita.
Tra i banchi di scuola, la famiglia, gli amici, la società poi il mondo del lavoro e così via noi perseguiamo sempre lo stesso obiettivo: esprimerci, ovvero crescere e formare la nostra personalità e la nostra persona poi trovare i modi migliori per manifestarle attraverso i canali che la vita ci offre.
Molti hanno perso di vista questo elemento e invece di vivere purtroppo semplicemente esistono, ovvero si fanno trasportare dagli eventi e circostanze come una barca tra i flutti del mare. Può sembrare a volte comodo, meno impegnativo perché ci si espone meno ma invece è un percorso molto rischioso. Il pericolo è quello di vivere in modo passivo, senza coinvolgimento e quindi ad un certo punto smettere di avvertire quel profumo di novità e vivacità che la vita dovrebbe stimolare in noi.

Quando invece approdiamo a Rastafari scopriamo che la vita è la più grande ricchezza che noi esseri umani abbiamo.
Facile da dire… potremmo pensare, sembra una frase fatta.
La novità è che nella Livity Rastafari non impariamo a capire questa frase ma invece ci incamminiamo lungo un percorso per “farne esperienza” che è cosa ben diversa dal comprendere con la mente.
Per celebrare la vita non basta infatti capire razionalmente che essa è una cosa grande, bella e preziosa ma dobbiamo invece diventare studenti per imparare ad assaporare in maniera presente e consapevole ogni momento.
Per dirla in modo semplice, per vivere in Rastafari dobbiamo re-imparare come si vive.
È scritto infatti che chi ha orecchie per intendere intenda e chi ha occhi per vedere veda, ma allora cosa dobbiamo vedere e udire?
Dobbiamo imparare a riconoscere la meraviglia e la bellezza che sono alla base di questa esistenza e udire la piacevole sinfonia degli eventi che ne arricchiscono il manto. Dobbiamo essere curiosi e innamorati di questa Creazione e di ciò che ci accade, dobbiamo circondarci di esperienze semplici per riscoprire la grandiosità del “semplicemente vivere”, fermarci e assaporare quell’attimo che è in realtà tutto ciò che abbiamo.

Alcune persone arrivano a questa consapevolezza purtroppo in circostanze difficili, dopo una malattia, o dopo la perdita di una persona cara o un evento traumatico, allora sono portati a rivalutare tutto ciò che prima davano per scontato e iniziano a percepire il vero senso di questa esistenza.
Non dobbiamo però necessariamente arrivare ad un evento così complesso o tragico per imparare a celebrare la vita, possiamo iniziare esattamente qui dove siamo così da non perdere ulteriore tempo nella “sonnolenza di babylon” ma approdare a quello che è il nostro diritto di nascita ovvero il risveglio e la celebrazione della vita.
Non c’è tempo da perdere, iniziamo subito…non dobbiamo scappare a vivere in cima ad una montagna o in un paesaggio perfetto, non dobbiamo aver letto mille libri o capito tutti i misteri dell’esistenza.

Dobbiamo semplicemente essere.

Prendiamoci del tempo per essere consapevoli di ciò che viviamo e di come lo viviamo, assaporiamo il momento presente perché esso contiene tutto ciò di cui abbiamo bisogno, tutte le meraviglie, tutto l’insegnamento, il calore e la freschezza allo stesso istante, la profondità e la leggerezza insieme, la conoscenza e la bellezza di non sapere, la forza e la debolezza, le potenzialità da sfruttare e i nostri piani da mettere in atto, le nostre visioni, i nostri progetti ma soprattutto il nostro esserci, vivere, essere presenti e felici di essere qui.
Quando facciamo ciò allora avvertiamo che questa stessa vita è il miracolo e che noi ne siamo parte ventiquattro ore al giorno.

Ci viene da sorridere o forse da piangere, da cantare o da restare in silenzio e semplicemente ascoltare l’impercettibile suono mistico dell’Universo, le reazioni possono cambiare a seconda delle diverse persone ma una cosa è sicuramente comune a tutti: la sensazione di novità e freschezza in cui tutto sembra essere più chiaro.

Ecco che riscopriamo di essere in realtà perdutamente innamorati per questa vita e di volerla celebrare tutti i giorni della nostra esistenza.

Perfect Love



sabato 1 giugno 2019

L'arte di fermarci


Imparare a fermarci è l’azione che ci apre la porta verso la libertà.

Avvinghiati nelle corse della vita spesso perdiamo d’occhio le priorità di cui l’esistenza è fatta.
Da un treno in corsa infatti non riusciremo mai a cogliere la bellezza dei singoli petali delle piante che ci passano veloci davanti agli occhi.

Se Ian’I vuole liberarsi dalle catene deve imparare a fermarsi.

Ascoltare.

Respirare e lasciar agire il cuore invece che i nostri discorsi mentali.

Nella Livity Rastafari impariamo l’arte di fare una pausa e prenderci del tempo, i nostri anziani ci hanno tramandato la sottile capacità di interrompere la corsa degli eventi e dei pensieri così da poter accedere alla Zion Land che esiste dentro di noi.
Essi ci hanno trasmesso la qualità di sviluppare quell’orecchio assoluto con il battere del cuore di questo universo che non è sempre in corsa e di fretta ma che ha e sue pause naturali. E per questo son stati criticati, ridicolizzati, discriminati come pigri e fannulloni da babylon che rincorre i sui stessi fantasmi in un’illusoria maratona verso la frenesia.

Quando ci fermiamo viviamo veramente.

smettiamo di fare e produrre e ci prendiamo tempo per essere, sono momenti in cui avvertiamo una freschezza che disseta il nostro desiderio originario di benessere.
Nelle nostre vite corriamo da parte a parte per raggiungere obiettivi, onorare scadenze, compiere progetti. Sono tutte cose buone ed importanti ma che risulteranno vuote se non compensate dall’arte di fermarci.
Quale senso può avere raggiungere un traguardo difficile e complesso per cui abbiamo lavorato molto e sudato duro, se poi non ci fermiamo a contemplare ciò che abbiamo fatto? Quale gioia trarremo dai nostri sforzi e dai nostri raggiungimenti se non ci concediamo del tempo per essere consapevoli di ciò che è appena accaduto? Invece passeremo avanti al prossimo compito, a la prossima scadenza, all’ennesimo obbligo che ci toglierà il tempo per contemplare e riflettere.
La conseguenza è che non ci sentiremo soddisfatti per ciò che abbiamo appena compiuto infatti ci sembrerà che non sia stato abbastanza, che avremmo dovuto fare di più e non ci concediamo di gustare la gioia di godere dei risultati nostri sforzi.
Fermarci significa osservare ciò che abbiamo compiuto, o che stiamo facendo e diventare consapevoli di ogni passo che percorriamo, nel lavoro, negli affetti, nella nostra vita spirituale.
Così impariamo a contemplare.

La contemplazione è una forma di meditazione che ha il magico effetto di renderci partecipi di ciò che realmente abbiamo e fa diventare più vicino e raggiungibile ciò che dobbiamo ancora ottenere.
Questo perché osserviamo tutto con gli occhi della calma e della pace mentale piuttosto che della fretta e della tensione provocati dalle aspettative.

Fermarsi è un atto di amore.

È infatti concedere alle nostre vite bontà e rispetto.
È come tendere una mano d’aiuto a noi stessi per trarci fuori dal burrone dell’agitazione.
Imparandoci a prendere del tempo invertiamo la rotta verso babylon e ci incamminiamo sulla dolce strada di Zion, la nostra patria spirituale che esiste dentro ognuno di noi ma che lo stress tende a nasconderci.
Quando ci fermiamo e contempliamo le bellezze della vita e la nostra mente inizia a calmarsi allora sopravviene lucidità.
Questa lucidità è causata dallo Spirito di Dio che inizia a pervadere i nostri pensieri. In termini scientifici questo si esprime attraverso i processi neuronali che diventano più diretti e meno convulsi.
In questo stato di calma prendiamo le nostre decisioni più importanti, lasciamo andare ciò che non ci fa bene e ci impegniamo a voler raggiungere ciò che vorremmo essere ma che ancora non siamo.
Così creiamo la possibilità per mettere in pratica la nostra visione spirituale di noi stessi, per dirla con le parole della scienza creiamo nuovi tragitti neuronali che letteralmente espandono la nostra comprensione.

Quindi fermarci ci aiuta a creare.

Ecco perché pariamo dell’arte di fermarci perché quando lo facciamo diventiamo artisti di questa Creazione, e con un po' di pratica diventeremo in grado di materializzare la vita che realmente vorremmo vivere.
La nostra esistenza allora può diventare un’opera d’arte i cui respiriamo consapevolmente il nostro destino e leggiamo le pagine della vita come una calligrafia chiara e serena scritta nero su bianco.

Fermarci non significa affossarci pigramente sul divano in uno stato di semi sonnolenza in cui siamo più addormentati che svegli, riposarci e dormire è anche importante ovviamente ma non è quello di cui siamo parlando qui.
Fermarci consapevolmente significa essere infatti più svegli di quanto normalmente siamo e calmare le nostre menti dalle solite montagne russe dei nostri pensieri.
Allora potremmo usare un Salmo o recitare i versi di un chant Nyah Binghi, usare il nostro respiro o semplicemente osservare in tranquillità ciò che abbiamo davanti a noi. Tutto questo al fine di adagiare corpo e mente verso l’esperienza della pausa.

A quel punto, dopo un po' di pratica, svilupperemo la capacità di osservare realmente ed essere consapevoli di ogni centimetro intorno a noi e allo stesso modo vedere lontano miglia e miglia nei nostri destini, nelle nostre esperienze, tra gioie e difficoltà, tra prove e trionfi.

Resteremo piccoli ma grandi allo stesso tempo, semplici padroni di questa piccola ma infinita vita che conduciamo giorno dopo giorno, stanchi delle corse ma rigenerati dalla promessa di redenzione che la Lvity Rastafari ci presenta.

E proprio questa redenzione si avvicina quando impariamo a fermarci e a spezzare il circolo dell’agitazione. La redenzione infatti avvien qui, ora e non in un’altra dimensione, ecco che per raggiungerla dobbiamo creare i presupposti affinché essa si manifesti, e questo lo facciamo quando impariamo a fermarci.





sabato 6 aprile 2019

Rastafari, un'antica novità Pt. 2


Se impariamo ad osservare con attenzione vediamo che questa vita è in realtà ricolma di miracoli.
Nella Livity Rastafari ci impegniamo a riconoscere e poi celebrare questi miracoli perché derivano direttamente dal Creatore e sono in effetti manifestazioni della Sua grande opera.

Spesso siamo portati a pensare ai miracoli come a degli eventi straordinari, quasi magici quando in realtà ne facciamo esperienza in ogni attimo della nostra esistenza. La vita dell’essere umano e la storia del popolo biblico sono pieni di prodigi, e questi sono universali e senza tempo.
Essi hanno la stessa valenza per l’essere umano contemporaneo così come la avevano duemila anni fa o ancora prima quando i patriarchi percorrevano il deserto per raggiungere la Terra promessa loro da Dio.

La Livity Rastafari e il messaggio biblico hanno un’enorme potenza rinnovatrice, ma per comprenderne la grandezza è fondamentale capire cosa intendiamo per rinnovamento.

La Bibbia ci dice che durante il nuovo esodo Dio “farà una cosa nuova, aprirà una strada nel deserto, dei sentieri nella solitudine (Is 43,19)”. Le Sacre Scritture promettono che il popolo di Israele verrà un giorno ricondotto nella Terra e lì rivelerà la Sua gloria e vi stabilirà la Sua potenza su tutti i popoli (Is 45,14-17).
Nella Livity Rastafari leggiamo queste parole come l’annuncio del ritorno del Cristo come Re dei Re, il Messia Regale e quindi il regnante della casa di Davide nuovamente sulla Terra per manifestare il governo di Dio e amministrare la giustizia secondo il sincero e puro spirito Biblico.

Questa è la salvezza messianica.

Essa non è un qualcosa che avviene dopo la morte né un avvenimento prodigioso da effetti speciali, ma un rinnovamento delle dinamiche di questo mondo secondo dei parametri santi, giusti, ricolmi di spirito e di corretta condotta.
Ecco la Nuova Creazione (Is 41,20; 45,8; 48,6).
La salvezza e redenzione del genere umano sono il rinnovamento di questo mondo.
Questo rinnovamento arriva attraverso un modello che è Haile Selassie Primo e le sue azioni sono quindi i parametri su cui si fonda questa nuova umanità.
Infatti è scritto che il liberatore di Israele sarà il suo Creatore stesso (Is 43) ecco perché la liberazione non poteva avvenire per mani di un semplice uomo ma attraverso le opere del Messia regale.
Le Scritture infatti ci parlano di un “nuovo Davide” (Ez 34,23) e anche una nuova Terra Santa (Ez 47, 13-48) che verrà chiamata con un “nuovo nome” (Is 62,2;65,15).
Chi è questo nuovo Davide e quale è il nome di questa nuova Sion?
Egli è Haile Selassie Primo il nuovo Adamo che viene per rendere tutto nuovo e la terra è l’Etiopia, la “Black Zion”, il nuovo popolo di Israele in mezzo al quale il Signore stesso vive e regna (Ez 48,35).

Ian’I popolo Rastafari guarda quindi ad His Imperial Majesty come il rinnovatore che riporta questa Creazione ad una sua forma nuova ma allo stesso tempo antica, originale. Una condizione in cui umanità e Dio sono uniti e non separati come si vede nella società di babylon.
Questa è la Livity Rastafari, così nuova ma anche così antica da essere senza tempo e sempre valida in qualsiasi epoca perché è un modo di vivere connesso al Creatore che non è soggetto a ore, minuti o giorni. Proprio come il bastone su cui si poggia Giacobbe prima di benedire, esso è infatti prefigurazione della Livity, la condotta di vita per vivere ed elargire le benedizioni vitali.
Quando viviamo in Rastafari allora impariamo ad apprezzare ogni attimo come esempio di questo rinnovamento ed in un certo senso, viviamo e celebriamo questa costante novità proprio perché esistiamo in Dio che è sempre nuovo.

La parte divina dell’essere umano è senza epoca e non invecchia, non deperisce ma anzi fa rimanere l’uomo giovane perché offre freschezza e rigenerazione.
Il nucleo intimo ed essenziale dell’essere umano è infatti divino e anzi potremmo dire che è Dio stesso. In Rastafari diciamo che il corpo è il tempio dell’Onnipèotente e questo significa che Egli dimora dentro ognuno di noi e tutti ne avvertono la presenza prima o dopo. Sta a noi scegliere se coltivare quella.
Quando accediamo a quel luogo dentro di noi allora avvertiamo una freschezza e leggerezza non create da desideri materiali ma ci sentiamo bene lì dove siamo e avvertiamo di non avere bisogno più di tanto perché tocchiamo direttamente le bellezze della vita stessa e ci sentiamo fortunati, ricchi, appagati.
Quelli sono momenti di consapevolezza, quando facciamo diretta esperienza del Regno di Dio e sappiamo che esso è accessibile qui e ora nonostante le avversità e le preoccupazioni della vita quotidiana.

Ecco la novità di Rastafari, ci fa vedere le vecchie cose come nuove e tutto risplende di una luce che prima non percepivamo. Allora tutto canta e grida di gioia (Sal 65,13) è ogni passo delle nostre esistenze diviene come una preghiera. Lungo questo cammino, crescendo in questa via di vita, ci accorgeremo che le preoccupazioni ed afflizioni che una volta non ci facevano dormire sembrano ora solo un vecchio ricordo sbiadito ed innocuo che ci fa sorridere proprio come un bambino che crede di poter sfidare un adulto agitando in mano un rametto di fico a mo’ di spada.

Allora la vita diventa un canto e ogni canto ha un senso vitale, ogni vicenda ha un significato e ogni luogo di questa Creazione è casa nostra.  
Ogni momento è manifestazione di questa rigenerazione, di questa nuova nascita e di questo nuovo regno in cui viviamo. Ed è tutto presente dentro di noi, non dobbiamo cambiare corpo o trasformarci esteriormente ma dobbiamo invece imparare a vivere in maniera diversa, da persone libere che hanno spezzato le catene con l’esempio di Haile Selassie Primo e la pratica di vita Rastafari.

Prendiamo quindi una boccata d’aria fresca e impariamo dal nostro respiro che sta con noi da quando nasciamo ma che è allo stesso sempre nuovo.



sabato 30 marzo 2019

Rastafari, un’antica novità




Guardiamo fuori dalla finestra e vediamo una stagione che si rinnova, un nuovo inizio che colora i paesaggi di sfumature calde e confortanti che annunciano che il freddo è ormai passato.

La I-ration (Creazione) si rigenera in un canto nuovo così pieno di calore che invita gli esseri viventi ad uscire dalle loro tane, ad amarsi e a riprodursi come se la vita stesse per iniziare proprio ora.
I Salmi descrivono in modo meraviglioso questo rinnovamento stagionale e lo attribuiscono al “soffio di Dio” che ha la capacità di rendere tutto nuovo. (Sal. 104,30).
È come se questo mondo fosse nuovo ma allo stesso tempo sempre esistito.

Respirando le prime ventate di aria più calda e profumata di clorofilla, Ian’I medita sulla Livity Rastafari e la sua essenza, questa esperienza di vita in comunione con il Creatore e la forza vitale che permea questa Creazione.
Rastafari è una novità ma allo stesso tempo una via di vita antica ed originale.
Incontro di passato e futuro nell’esperienza presente, un miracolo di vita, un segno senza tempo che profuma sempre di nuovo.

Questo modo di vivere infatti esisteva prima di me e di tutti noi, prima ancora degli apostoli che credettero “vedendo veramente” e divennero pescatori di anime, prima dei profeti che venivano svegliati di notte dalla voce del Creatore che a loro parlava, prima ancora dei grandi re che difendevano l’Arca, prima di Davide che era così piccolo per pascolare il gregge di suo padre che venne scelto come il più grande per amministrare l’eterno gregge del vero Padre celeste, prima ancora delle Dodici Tribù d’Israele che mangiavano il grano promesso prima del grande esodo.

Questa Livity era presente quando il vecchio Giacobbe che aveva addirittura combattuto con Dio, prima di morire benedisse ciascuno dei figli e “si prostrò, appoggiandosi sull’estremità del bastone” (Eb 11,21).
Ecco quel bastone era il Cristo, la via del Christ-Man, ovvero la Livity Rastafari.
Bastone perché sorregge il peso del corpo durante la marcia così come la Livity sostiene l’essere umano nel suo percorso vitale ed esistenziale.
Con il bastone infatti puoi indicare la direzione puntando lontano così come la Livity è il nostro strumento per indicare a noi stessi e agli altri la strada da seguire per giungere alla felicità del cuore e il benessere del corpo.
Se osserviamo attentamente, vediamo che un anziano non lascia mai il suo bastone, lo appoggia accanto al suo letto prima di dormire e lo riprende al momento del risveglio, così la Livity Rastafari che resta sempre con Ian’I in ogni momento della nostra giornata, costante compagna di questo lungo e dolce viaggio.
Con il bastone si scacciano animali che ci assalgono o si scostano i rovi che ci impediscono il passaggio lungo il nostro sentiero, ecco che con la Livity scostiamo la sofferenza e le trappole della vita umana e scacciamo gli ostacoli e gli intralci che vorrebbero farci arrestare lungo il nostro percorso di liberazione e di realizzazione.
E se in effetti ci pensiamo, in questo mondo odierno, iper-tecnologico e semi robotizzato, vediamo ancora anziani usare un semplice bastone di legno così come avrebbero fatto ai tempi di Noè o dei grandi Patriarchi antichi.
Uno strumento senza tempo che continua a svolgere la sua funzione senza curarsi di epoche e generazioni che passano.

Allo stesso modo sopravvive la Livity Rastafari, via di vita antica ed originale che si può applicare perfettamente a qualsiasi era o contesto sociale. Perché essa è antica ma sempre nuova.
Come la Primavera rinnova il manto dei campi senza tempo facendoli sembrare ogni volta giovani, così la Livity rinfresca l’animo e il cuore dell’uomo che resta perenne ragazzino di fronte alla grandezza della vita e alla bellezza della Creazione.
Quando custodiamo dentro di Ian’I la persona di His Imperial Majesty e la Sua potenza rinnovatrice allora facciamo realmente esperienza della Nuova Creazione e apriamo la strada nel deserto del nostro cuore indurito da babylon e dalla solitudine di un mondo scettico e spiritualmente dormiente.
È proprio questa “strada nel deserto” ( Is 43,19) che è il nuovo cammino in cui verremo ricondotti a “casa” dai prodigi dell’Onnipotente che ci renderà parte di un regno antico ma sempre nuovo di cui Egli stesso è sovrano così come oramai è “sovrano su tutti i popoli” (Is 45, 14-17).

Questa è una nuova realtà, un nuovo giorno, una nuova vita che deve essere celebrata, come dicono le antiche profezie, con un canto nuovo (Is 42,10: Sal 149,1) ed ecco perché, non a caso, Ian’I Rastafari ha invaso il mondo con il ritmo Nyah Binghi e la musica Reggae che sono la colonna sonora globale di questa nuova umanità che “tutto il mondo intona”, proprio a conferma dei passi biblici (Sal 96,1).

E noi, piccoli partecipanti di questo rinnovamento possiamo ora finalmente camminare liberi e guardare lontano facendo cadere il peso che ci impediva di essere leggeri perché ci è stata data un’opportunità per vedere tutte le cose rinnovate.
Chi ha corso per una vita intera può finalmente riposarsi, colui che ha faticato invano cercando la strada di casa ora è finalmente tornato al suo cancello, chi era triste e depresso e si era appassito sul ramo, ora è tornato un frutto fresco capace nuovamente di vedere il semplice e fresco mistero dell’esistenza.



sabato 2 marzo 2019

La vittoria nella Livity Rastafari


Continuiamo ancora a celebrare ciò che accadde centoventitre anni fa sulle cime dell’altipiano di Adua in Etiopia.
Lì infatti l’esercito etiopico spezzò il silenzio e la fresca nebbia del mattino cogliendo di sorpresa l’invasore italiano che tentava di conquistare la terra più antica della storia. Adua fu una sconfitta per chi credeva di poter imporre male e oppressione, arroganza e ignorante violenza.
Allo stesso modo fu una grandissima vittoria per chi credeva nella dignità di un popolo libero e nella profonda ricchezza che si trova nell’essere padroni del proprio destino. Adua fu una vittoria non soltanto per gli Etiopi ma per tutti gli africani che da lì a meno di un secolo avrebbero liberato definitivamente il proprio fantastico continente dallo squallore coloniale che aveva oscurato il sole dell’indipendenza per ben quattrocento anni.

Festeggiando Adua non possiamo soltanto pensare ad una vittoria militare, né semplicemente ad un successo di strategia bellica. Nonostante l’importanza politica che questo evento ebbe sul panorama internazionale troviamo in esso l’opportunità di scendere più a fondo e riflettere sulla vittoria in Rastafari ad un livello più profondo, intimo, personale ed esistenziale.
Nella Livity Rastafari impariamo a credere e a sapere che il bene vince sul male e questo concetto è alla base della pratica di vita di Ian’I.
La Livity Rastafari infatti è una continua esperienza di questa realtà. Ian’I siamo fiduciosi e confidenti nella vittoria del bene sul male. Non è soltanto uno slogan o una frase fatta bensì una vera e propria pratica di vita che ci impegniamo ad esercitare ogni giorno di questa esistenza.

La vittoria non è un voler spadroneggiare sul più debole, imporre la propria supremazia sul prossimo né approfittarsene per render l’ego più forte e superbo. Non è così.
La vittoria in Rastafari è un livello di esistenza in cui il bene divino si manifesta e vive solidamente nonostante le possibili avversità.
La vittoria è il fluire vitale, naturale e spontaneo in accordo e perfetta comunione con la grazia divina che si manifesta nella Creazione. Essa è il bene che ha prevalso sul negativo e ha vinto quest’ultimo ristabilendo l’ordine naturale ed orinario degli eventi che è essenzialmente buono, benefico e divino.
L’essenza di questa Creazione è la vittoria stessa, l’essenza della vita è la vittoria stessa, Dio è vittoria così come l’uomo è vittoria.
L’universo e questo mondo sono manifestazione diretta di questa vittoria e tutta l’umanità ne fa costante esperienza durante l’esistenza.

Ogni vittoria presuppone una lotta.

Questo scontro è quasi sempre interno a noi. Anche quando gli eventi problematici che ci mettono in crisi e che minacciano la nostra pace sono a noi esterni, il loro effetto e la loro percezione e soprattutto la nostra reazione sono fattori del tutto interni alle nostre persone.
Considerato che la realtà esteriore è un riflesso della nostra realtà interiore, in Rastafari sappiamo che modificando noi stessi potremo modificare gli eventi intorno.
Ecco che la prima vittoria è interna.
Quando vinciamo lo scontro contro i nostri limiti, le nostre paure, quando ci liberiamo delle ansie e delle macchinazioni mentali allora iniziamo ad incamminarci lungo la via della vittoria.
Ogni lotta ha dei combattenti e nelle nostre vite siamo noi stessi a volte a dover impugnare in arma ed uscire dall’accampamento prima che il sole sia alto per sorprendere il nemico ancora assopito tra le luci dell’alba. Ma non c’è nulla di violento e nulla di aggressivo.
La nostra lotta è la consapevolezza, la spada la pratica di vita, lo scudo è la fede, la vittoria sarà il regno di Dio qui, ora e manifestato da noi stessi.
La vittoria in Rastafari è un lungo percorso di cui possiamo fare esperienza a livello personale o comunitario, nelle nostre singole vite così come nel mondo intero.
La vittoria non esattamente un punto di arrivo ma un percorso, forse un nuovo inizio. Essa è un esercizio che all’inizio ci sembra cosìdifficile ma che impariamo a perfezionare di giorno in giorno. Osserviamo noi stessi e le nostre azioni proprio come in una palestra osserviamo i nostri corpi allo specchio e perfezioniamo i movimenti per raggiungere la corretta posizione.
A volte abbiamo un maestro che ci aiuta e ci indirizza ma poi impariamo a sviluppare noi stessi quella consapevolezza e diveniamo noi maestri di noi stessi. Così ci osserviamo, ci studiamo, cresciamo e ci perfezioniamo finché non riusciamo a compiere quell’esercizio in maniera corretta e allora gioiamo del frutto del nostro impegno. A quel punto però non smettiamo di frequentare la palestra ma iniziamo a studiare una nuova posizione o un nuovo esercizio e così diamo inizio ad un nuovo percorso che metterà in pratica ciò che abbiamo appena imparato.

E così nella Livity Rastafari. Ci impegniamo a vivere e a fare esperienza della vittoria. Allora ogni circostanza è occasione per scoprire la vittoria e mettere in atto l’esercizio che ad essa ci porta. A volte dobbiamo mobilitarci di più mentre a volte dobbiamo invece fermarci e non fare nulla se non semplicemente essere.
La vittoria si manifesta soltanto quando gli elementi e le condizioni per essa necessarie si manifestano.
Il benefattore che mette a disposizione questi elementi è il Creatore, i catalizzatori che mettono loro in moto e li fanno funzionare sono gli esseri umani.
La vera lotta è assenza di lotta. La vera vittoria è assenza di combattimento.
Un sottile equilibrio in cui lavoriamo costantemente per tenere accesi gli elementi che renderanno possibile la vittoria, ovvero totale sicurezza di essa, fede, coraggio, non gettare la spugna, convinzione, umiltà, introspezione, contenimento ed equilibrio; ma allo stesso tempo non attacchiamo il nostro cuore a sentimenti di rivalsa, vendetta, violenza, arroganza, abuso, autogiustificazione, selfing (processo mentale in cui avvertiamo che tutto gira intorno a noi e che tutto dovrebbe funzionare come noi dettiamo in quanto, secondo la nostra cieca opinione, così meritiamo), non cadiamo nello scoraggiamento e nella perdita di autostima che sono il riflesso opposto della violenza sull’ aggressore, infatti perpetuando questi sentimenti siamo noi a imporre violenza su di noi.

La vittoria nasce dentro noi stessi e spesso ciò che possiamo fare è continuare prima di tutto a generare l’energia giusta affinché essa possa manifestarsi. Di pari passo modificare con scrupolosa attenzione le nostre azioni ed i nostri comportamenti.
La vittoria si manifesta di fronte ad ingiustizie, accuse, circostanze avverse ma la maggior parte dei nostri problemi sono auto creati e sono il frutto di scelte, comportamenti e posizioni che noi stessi abbiamo preso. Ecco perché la vittoria esistenziale deve e può solamente nascere dentro di noi.
Allora dobbiamo fermarci e sederci sotto il sole che non giudica nessuno ed imparare ad osservare le cause e gli effetti del destino che noi stessi abbiamo creato per noi. Siamo stati creatori o distruttori? Siamo stati prede o predatori? Abbiamo invaso o siamo stati invasi? Abbiamo esercitato le nostre possibilità verso il bene o meno?

La maggior parte delle volte la risposta a queste domande non è unilaterale, ovvero non siamo stati solo vittime o solo carnefici, è piuttosto un intreccio ballerino di condizioni in cui abbiamo ricoperto entrambi i ruoli a seconda delle circostanze. Nella lotta è infatti molto facile commettere errori se non teniamo ben acuto l’equilibrio ed il contenimento.
Questi due valori sono essenziali ma anche molto facili da perdere di vista hanno come parametro il cuore. Ecco perché dobbiamo imparare a scendere dentro di noi per capire che spesso ciò che dobbiamo vincere non sono fattori esterni ma piuttosto le nostre stesse attitudini mentali e comportamentali. La strada verso la vittoria allora diventerà un percorso intimo e personale che però si sposa perfettamente con il contesto esterno a noi e con le vicende che accadono nelle nostre vite. Non sarà solo un viaggio interiore ma nemmeno solo esteriore, sarà infatti una scoperta di come noi reagiamo ad impulsi e circostanze.
Quindi il cuore diventerà il generatore di energia per cambiare quegli atteggiamenti e la mente sarà lo strumento che condurrà quell’energia, una sorta di navigatore che dirigerà la nostra marcia.
Vincere sarà la scoperta che la vittoria esiste già ma che noi dobbiamo prenderla su di noi, dobbiamo diventare vittoria per raggiungere la vittoria.
Dobbiamo scendere in profondità nel nostro cuore per scoprire quanto alti siano i muri che noi stessi abbiamo costruito e quanto rigide e sporche siano le pareti che noi stessi abbiamo innalzato. Sembreranno altissimi, inarrivabili, non riusciremo nemmeno ad intravedere la loro cima. Allora inizieremo a scardinare mattone dopo mattone, i muri cadranno, alcuni tutt’a un tratto, altri ci impiegheranno più tempo. Inizieremo a vedere luce filtrare tra la polvere alzata dallo sgretolamento di quelle pareti ed intravedremo apertura e libertà.

Gli occhi inizieranno a contemplare uno spazio che prima sapevamo esserci ma non riuscivamo a vedere a causa dei nostri stessi blocchi.
Quello spazio sarà il terreno fertile per far sbocciare il dolce frutto della vittoria.




sabato 5 gennaio 2019

Rastafari meditation on the birth in the history of Israel




Israel is the firstborn of God.

He was born when he came out of the land of Egypt where he suffered because of chains and spiritual loneliness.
There he was a slave.
He lost his hope dreaming of freedom, he fought every instant to defend his identity and only through his freedom he achieved his birth.
Running away in fact he became the protagonist of God’s plan.
After the escape, the desert was his childhood, the 'child' Israel was educated with the Law.
It is not by chance in fact that in the Jewish tradition Mount Sinai is called 'my mother's house' because just like a mother the Law has provided for this unique child especially in the first part of his life.
Like a child in the presence of his father, Israel makes mistakes but also good things.
Israel is praised but also punished, he is encouraged and hearten, he is in good health but sometimes he gets sick. The Lord as a good father also supports him with physical food. Through the accuracy of the Law and the example of the Patriarchs, he guides him gradually.

The Lord then chooses David who will give birth to the kingdom of God on Earth.
This is a new birth, a father-son election where David is led towards something he does not know.
Just like young children who have to rely on their parents because they have no other way of measuring the world and life itself.
In fact, David is chosen as a very young man.
He is educated with promises just as we do with children; he is also severely punished for his wrong actions just as we would do with our beloved child.

From David comes Solomon who generates Menelik I and from him the lineage of the true Israel will begin.
If we look carefully at Menelik, we can see a son who is far from his father for many years.
Until the adult age he remains with his mother and dreams and yearns to know his father.
He is fascinated and intrigued because he is aware of the greatness of his own father.
Menelik represents the man aware of the greatness of the Father Creator but still too far from Him, he aspires to Him and is thirsty for His greatness but cannot reach him yet.
It is no by coincidence that only when Menelik I will be finally reunited with his father Solomon then will officially begin the new Alliance with the true Israel-Ethiopia caused by the moving of the Ark towards the South.
Just like the human being who re-connect with the Almighty begins a new life, a new era, a new election.

When Mankind is ready, God establishes a new birth, no longer through human succession but this time is God generating God.

The Creator generates Christ in the fullness of the divine plan, divine power concentrated in a human person. Divine will and plan are openly manifested through this birth.
Christ is born as the element of perfect balance in Creation. He is born among his own people, among humans but yet close to animals.
This happened because He reigns over close and distant men, but also on the animal kingdom.
He is the hinge between Heaven and Earth. Christ came to share His unique state.
We the human beings are a bit like Him ... we all are children just like He is a son, like a big brother He shows us the way to our common Father.
Christ spiritually generates disciples-children who subsequently enlighten and awaken people by sharing their Divine filiation and recognize themselves as new men born from the Word and the Spirit.

Here is a new birth.

In fact, as every being needs a seed to be born, here is the Word as the new seed that generates the new man.
Together with the Word there is the Spirit that strengthens it and makes it perceptible, creating a new and regenerated Mankind that can now claim the right to eternal and divine inheritance.
This new generation is born from an incorruptible and timeless seed and can finally take part to the New Creation.

After two thousand years, the Son of Man returns to earth to fulfil the vital promises: he comes to establish the moral and physical Kingdom for which he has previously prepared His sons-brothers.
In the new birth of His Imperial Majesty Qadamawi Haile Selassie, we contemplate the last and definitive salvific birth that leads us to Eternity with a new role: Mankind in fact now is collaborator of God, rules with Him.
Israel, the ancient child, was once generated, then educated and now has an occupation just as all adults have. Since the Revelation of His Imperial Majesty Halie Selassie The First, Mankind works with God for the final edification of His Kingdom.

In the new Covenant with the new spiritual Israel, namely Ethiopia and the Rastafari Movement, the Creator sits at the same table of government. This last birth has therefore generated the last mission for the definitive happiness and wellbeing of the human race.
With the Coronation of His Imperial Majesty Haile Selassie The First in 1930 the final birth occurred and we know that according to Christian tradition, every birth has to have a baptism.
In that occasion the new people were baptized and anointed with the new name. In fact at the same time His Majesty Ras Tafari Makonnen took on His divine and baptismal name Qadamawi Haile Selassie, Ian’ I became “the Rastafari” taking on the human name of our Father.

Ian’I Rastafari are the living testimony of a mystical, spiritual and intellectual birth, day after day we remain devoted to celebrate life.
Ian’I are born again through Word Sound and Power to be a new life every day regenerated by the Power of the Holy Trinity.
Birth is the daily experience that we live in every moment, every day the covenant regenerates us and the Spirit marks our life moments. We are warriors, protectors of life, confident and sure of the victory of good over evil.
We are like recipients of birth because through our reflections and meditations we outline the parameters of the new Kingdom.

We are children and parents.
Living this Rastafari Way of Life we manifest and keep alive the Livity. In a sense it is like we keep generating the Livity every day through our own experience.
At the same time, we are nourished and we learn from the Rastafari Livity, we are servants yet custodians of a conduct of life that has the power to redeem and save our very soul.
This Rastafari life path becomes our own existence and the regulation of our lives.
We live constantly in a state of birth, whose joy now no longer ends. We live in an eternal beginning that flows undisturbed along the lines of time. We are children and parents at the same time.

With our very life experience Ian’I generate awareness of the blessings that this life brings and manifest the righteousness that helps to live better. Every word pronounced in spirit and overstanding is a new birth for Ian’I and for the listeners too.
When Ian’ I Rastafari speak and a new brother or sister sights the faith because of our humble but instrumental words, then we contributed to birth.
In fact, through our work and commitment in that moment the Almighty make possible for the seed that is planted in every human being to sprout and become a wonderful flower.
Ian’I can be simple vessels, humble intermediaries always ready to recognize the birth in every moment. Ready to see the new heartical way and the new life that reign over evil and death.

We spiritually rejoice as parents who every day see their son being born, in observing the triumph of the Kingdom of God, Ian’I hearts are filled and manifest flowing joy.
Birth is the maximum fullness of novelty, and novelty is one of the characteristics of God: to be always new, always regenerated, always present but never old.
Ian’I walks in novelty and manifests it in all respects.
Our Father in fact bears a new name, Ian’I prays and speaks a new way, Ian’I read history with a new interpretation, Ian’I relates to the world with a new awareness and have a renovated world view, Ian’I also eat in a new way, Ian’I have a new physical appearance too.
Ian’I live in the fullness of an original novelty ... ancient but at the same time always new.

This novelty was revealed to a new people called to bring back Mankind attention to the original people of Creation.

Ian’I are witnesses, interpreters, narrators of the divine joy on Earth, of the constant vital birth that permeates this planet, of the perennial Christmas in which our souls and our bodies live.

Selah



lunedì 31 dicembre 2018

2019 un nuovo inizio



 Le giornate sono fredde ed umide, il cielo grigio non provoca esattamente delle sensazioni di energia ed entusiasmo.

Quando ci troviamo fuori, spesso non vediamo l’ora di far ritorno a casa per gustare quell’ impatto con il calore del nostro rifugio che avvertiamo appena apriamo la porta e varchiamo l’uscio. È una sensazione di profondo ristoro che porta con sé un grande senso di gratitudine.
Di colpo ci sentiamo più distesi, sicuri e fiduciosi. Siamo entrati così tante volte da quella porta e abbiamo appoggiato così tante volte le chiavi forse nel porta oggetti, ma quando fuori è freddo e le nostre mani irrigidite dalle temperature invernali, entrare in casa ci sembra come aver raggiunto finalmente il traguardo che attendevamo. Sebbene non ci fosse nessuna bestia feroce fuori ad inseguirci, il rientrare al calore dei nostri luoghi familiari risuona nella mente come essere finalmente salvi da qualche inesistente insidia.
Ecco che in un momento riacquistiamo quella forza e fiducia che si erano forse momentaneamente allontanate a causa del freddo che indurisce le nostre menti e tende i nostri nervi.

Rientrare a casa è un nuovo inizio, guardiamo la dispensa pensando a cosa gusteremo per cena, lanciamo un’occhiata alla pianta sul davanzale e scorgiamo una nuova foglia che sta si sta aprendo, il nostro cane viene a salutarci da fuori accogliendoci con grandi feste che scaldano il cuore e ci rimettono in pista dopo la lunga giornata, un click su play e la casa si riempie in un instante di musica e tutto sembra rincominciare.

Siamo sempre noi, ma in un nuovo ciclo.

Oggi il calendario occidentale marca la fine del 2018 e l’inizio di un nuovo anno.
Tra chi si prepara a celebrare in famiglia o chi organizza petardi e fuochi d’artificio per “allietare” la notte e far rimbombare il vicinato, c’è anche chi si appresta a trovare la gif migliore da inviare a 200 contatti Whatsapp senza nemmeno dover scambiare una parola… chiaramente c’è un’attesa nell’ aria ed un senso di cambiamento.

Ma come possiamo vivere al meglio questo inizio di nuovo anno? Cosa possiamo augurarci e cosa possiamo aspettarci dal 2019?
Questo non vuole in realtà essere uno di quei messaggi di auguri e buoni propositi in cui si elencano innumerevoli e lontane qualità da raggiungere nel nuovo anno con il forte rischio di risultare infine un po' astratti, non elencheremo obiettivi nebbiosi all’ orizzonte e certamente non sarà un’ ingenua ricetta per essere più bravi nell’ anno nuovo.
Siamo invece davanti ad una condivisione, un’apertura e una lettura di quello che può essere un “nuovo capitolo” per molti di noi.

Personalmente sono più incline ad avvertire l’inizio di un nuovo ciclo quando l’estate volge al termine e settembre porta con sé il capodanno Etiopico. Sento più vicino quello come l’inizio dell’anno nuovo, e non soltanto per la fede Rastafari.
Sin da quando ero bambino infatti avvertivo quello come l’apertura di un nuovo capitolo e ho sempre considerato settembre come, in un certo senso, il primo mese dell’anno…. Dopo il caldo estivo e la conclusione di un ciclo, se ne apre un altro carico di nuove sfide, piaceri, doveri, esperienze e obiettivi da cercare di raggiungere.
Detto ciò resta il fatto che viviamo in un contesto che azzera il calendario alla mezzanotte del 31 dicembre, di conseguenza vale la pena pensarci su e utilizzare questa ricorrenza come un’occasione di riflessione e consapevolezza… di certo non può guastare.
Cambia il calendario sulla parete, la vecchia agenda finisce nel cassetto e se ne inizia una nuova, ma noi siamo sempre gli stessi.

Una contraddizione? Una formalità?
Forse no.

L’essere umano ha bisogno di cicli. La stessa natura e la nostra vita si articolano in cicli, sono dei sistemi che ci permettono di tenere le cose, per così dire, sotto controllo. Possiamo guardare ai cicli come a dei grandi contenitori che ci aiutano a fare ordine. Sono delle strutture in cui, volenti o nolenti, noi stessi viviamo.
Ogni ciclo è un ottimo strumento di crescita e può essere usato come supporto per la nostra organizzazione mentale e spirituale.
Quello che purtroppo spesso non gioca a nostro favore è la sensazione dell’essere vittime o in un certo modo oggetti di questi cicli. Molti infatti non guardano di buon occhio a compleanni o capodanni perché li vedono come un perpetrarsi di inizi che in realtà non fanno cominciare nulla di nuovo ma che continuano a costringerci nei nostri vecchi pattern e modelli. Problemi che non si risolvono, obblighi da portare avanti, insoddisfazioni che non scompaiono, pigrizia e stanchezza che aumentano.

Il messaggio invece è uno e molto diretto.
Non dobbiamo sottostare ai cicli ma invece stare al di sopra di essi. Non siamo vittime del calendario bensì dovremmo imparare a vederci come collaboratori di esso.
Dobbiamo proporci di imparare a vedere il tempo che passa come un susseguirsi di occasioni per mettere in pratica ciò che realmente vogliamo fare e chi realmente vogliamo diventare in questa vita. Il calendario è un supporto per la realizzazione personale, e non parlo ovviamente solo di realizzazione professionale o accademica… ma più profondamente di realizzazione umana.

La Livity Rastafari ci insegna che tutto in questa Creazione ha un proposito ed una motivazione, ogni istante è un’occasione di compimento, crescita, avvicinamento alla persona che stiamo cercando di diventare. Siamo infatti devoti alla trasformazione, vogliamo vedere compiuti quegli sforzi che mettiamo in atto ogni giorno.
Non dobbiamo certo idealizzarci o crederci chissà chi, ma è importante che ci poniamo degli obiettivi spirituali e materiali con l’obiettivo di vivere meglio.

È inutile riempirsi di belle frasi altisonanti su come vorremmo che fosse questo 2019 se poi tralasciamo la base e l’essenza di ogni cambiamento ovvero vivere bene.
Spesso infatti grandi ambizioni portano con loro grandi aspettative che rischiano di creare ansie e blocchi. Non sto dicendo che non dovremmo puntare in alto e innalzare i nostri standard, certo che sì! Ma ciò che realmente conta è creare quell’ energia di base che è poi il motore di ogni cambiamento, ovvero aspirare a vivere meglio.

È così semplice che potrebbe risultare quasi scontato, così come ogni alba e tramonto potrebbero essere scontati ma in realtà decorano la vita di noi esseri umani ogni giorno.
Il messaggio è ritornare alla base, semplificare, in un certo senso riportare le cose a casa.
La nostra casa interiore che, quando riempita della giusta motivazione, è in grado di farci avvertire ogni luogo di questa terra come la nostra vera casa esteriore.
Proponiamoci di imparare a fare una passeggiata, oltre che a compiere i nostri obiettivi professionali o a completare gli esami per poi correre verso la tesi. Impariamo a restare seduti dinanzi ad un paesaggio per più di cinque minuti senza correre alle notifiche dello smart phone, impegniamoci a gustare un nuovo piatto che impareremo a cucinare… impareremo mai a fermarci?

Saremo mai in grado di rinunciare a ciò che è superfluo e non necessario per il nostro benessere? Forse non del tutto, ma non è questo il punto.

Il vero obiettivo è modellare il piccolo ed il semplice.
Imparare ad essere scultori di un istante, per poi poter modellare la vita intera.
Le mie parole non sono un’ode alla rinuncia agli affari mondani, anche se è ovviamente salutare riuscire a trovare un equilibrio tra l’essere impegnati e il prendersi del tempo per sé stessi. È certamente importante porsi degli obiettivi ambiziosi, spesso la vita ci porta a segnare sul calendario delle scadenze per cui non ci sentiamo pronti o che non avremmo mai immaginato di dover portare a termine. È tutto molto bello.
Questo però deve essere bilanciato con la coltivazione di quell’ energia di base che è la ricerca del benessere nel semplice e piccolo momento. Questo è il fondamento della vera rivoluzione, interiore ed esteriore.
Non siamo cattivi ed ipocriti con noi stessi, non diciamoci che ci sforzeremo di essere bravi verso i nostri colleghi che troviamo antipatici quando in realtà ancora non abbiamo imparato come amare noi stessi. Finché non ameremo noi stessi non saremo in grado di amare bene nessuno.

Semplifichiamo quindi, forse è il caso di riaggiustare i nostri standard e obiettivi. Ricerchiamo quel vivere più semplice e connesso che in effetti è ciò che ci dona piacere e benessere.
Impariamo da quella piacevole sensazione che avvertiamo quando entriamo nella casa calda, da quell’ energia che dà senso a tutto il resto, quel senso di appartenenza che riscopriamo nella semplicità e nella familiarità.

Rastafari è la via dell’amore perché è la strada della celebrazione costante.

Attimo dopo attimo si costruisce l’eternità.

Minuto dopo minuto avanziamo verso Zion.